Dicevo (ma l’ho davvero detto? o l’ho solo pensato?) che è difficile mandare avanti questo catalogo perchè lo specifico della scrittura femminile, purtroppo, guardandola così da vicino, non riesce a staccarsi di dosso l’etichetta di minorità che porta appicciccata addosso. Fatte le debite, storiche e di solito internazionalissime eccezioni. E ti viene da chiederti perchè mai fare un catalogo di simili insignificanze. Perchè mai tener duro a non voler giudicare, frenarsi, turarsi il naso e continuare a rimestare. Tant’è. Non mollo. Lascio solo ogni tanto.
E, intanto, prendo a prestito parole non mie che illuminano la strada. Strada… Viuzza.
Resta il fatto che quanto ha scritto alcor riferendosi alla scrittura femminile, in gran parte può riferirsi anche alle parole pubblicate vendute e riverite dei maschi, in particolare nostrani, pure se di solito non parlano molto delle nonne e delle genealogie familiari.
“…Tra l’altro riconosco una certa vocazione narrativa proprio alle donne, anche se raramente, almeno qui da noi, dopo aver scritto un buon romanzo di grande leggibilità facendo ricorso a tutte le loro competenze familiari, psicologiche e anche storiche, riescono a farne un secondo altrettanto buono.
E perché?
Perché non hanno molte idee su cosa sia la letteratura, ma molte e intimamente vissute di cosa sia il raccontare, la cura, l’attenzione sensibile e sentimentale al mondo che le circonda. Del resto anche nelle famiglie i racconti sono demandati alle donne, vere custodi delle genealogie. Ma una volta detto tutto, e in questi romanzi di esordio si dice quasi tutto, non resta quasi più niente da dire.
Parlo soprattutto per le nostre scrittrici, che nei paesi di tradizione più narrativa sono anche più professionali e prolifiche.
Generalizzo un po’, o anche molto, mi rendo conto, ma le eccezioni qui mi interessano poco.
Cosa manca, di solito, a questi libri per essere definiti letteratura?
La riflessione sulla forma, che è riflessione sul mondo.
Quando si applica a una narrazione una vecchia forma sicura, garantita, aproblematica, si possono fare buoni malloppi, ma se uno cerca l’idea, e non dico la grande idea, che è data a pochi, ma una buona idea, e non solo un buon congegno narrativo, non la si trova. Il libro resta un prodotto che segna il passo da un punto di vista conoscitivo, e l’aspetto conoscitivo, e non semplicemente conoscitivo di piccole esperienze familiari, ma conoscitivo del mondo, viene a mancare, e così anche le menti segnano il passo.
Tutti questi prodotti editoriali ben fatti servono solo a riempire gli interstizi del tempo libero, non smuovono niente, non producono niente se non se stessi, cosa che la letteratura invece non fa, perché accompagna il suo tempo criticamente, anche quando scrive di cose passate, ma le filtra, cercando e nei casi migliori trovando un nuovo punto di vista, un nuovo linguaggio, una angolazione illuminante, non la ripetizione di un punto di vista stantio, di un linguaggio banale e consunto, di un’angolazione sempre uguale e passivamente rivisitata.